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21 commenti

Un’azienda italiana mi spamma, crede che io mi chiami Deborah Unker

Oggi ho trovato nello spam questa mail. La pubblico con i link rimossi per sicurezza, ma non nascondo nomi e numeri di telefono.

Ciao Deborah,

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Paolo G.


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Screenshot:



Non è vero che ho dato il mio “consenso al trattamento dei dati personali e a ricevere comunicazioni commerciali, avendo partecipato ad una iniziativa organizzata o collegata a Spendi e Risparmia”. Non so chi siano. E fin qui niente di speciale: è il solito spam di aziende disinvolte nel trattamento dei dati personali. Normalmente lo cestinerei, augurando loro serenamente di essere colti da dissenteria fulminante ad ogni rapporto sessuale per il resto dei loro giorni.

Ma la cosa buffa è che loro mi chiamano Deborah. Specificamente, Deborah Unker. Per gli amici Deb. Nel senso di Deb Unker. E c’è un solo luogo dove possono aver preso quel nome (con la h in mezzo: Unkher) associato al mio indirizzo principale di mail. Ve lo ricordate?

Era lo pseudonimo con il quale avevo contattato un truffatore che fingeva di fare compravendita di reni; avevo raccontato la vicenda in questo articolo e nei suoi seguiti un annetto fa.

Ma la cosa buffa è che quello è lo pseudonimo che ho pubblicato. Non è quello che ho usato nelle mail scambiate con il truffatore. Come ha fatto la Yonkana srl ad associare il nome Deborah Unker al mio indirizzo di mail?

Andando a sfogliare il mio archivio di spam ho trovato altri casi di spam che citavano Deborah Unker:



Tutte queste mail hanno come mittente un indirizzo presso ds.advicemenews.it. Che quindi si qualifica inequivocabilmente come un facilitatore di spam.

Secondo il servizio Whois di Domaintools.com, il dominio Advicemenews.it risulta intestato come segue:

Registrant Organization: AdviceMe SRL
Address: Circonvallazione Clodia 163/171 Roma

Admin Contact
Name: Luca Franconi
Organization: AdviceMe SRL
Address: Circonvallazione Clodia 163/171 Roma

Se la Yonkana Srl, il signor Luca Franconi e la sua AdviceMe Srl vogliono essere associati su Internet alla parola spammer, non ha che da continuare a usare questi metodi davvero miseri per raccattare indirizzi da spammare.

Ci rido sopra perché l‘idea che qualcuno abbia pescato Deb Unker da un mio articolo è più divertente del solito squallore dello spam. Ma seriamente parlando: che faccio? Lo segnalo al Garante per la Privacy?


Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.
156 commenti

Incidente mortale in Tesla, l’Autopilot era attivo ma il conducente non ha risposto ai suoi avvisi

Credit: NBC.

Ultimo aggiornamento: 2018/04/03 00:10.

Un incidente avvenuto a Mountain View, in California, nel quale ha perso la vita il conducente di una Tesla Model X, ha posto nuovi interrogativi sul sistema di guida assistita di Tesla, il cosiddetto Autopilot.

L’incidente, e soprattutto la conseguente indagine delle autorità statunitensi per la sicurezza dei trasporti (NTSB), è anche una delle ragioni della forte caduta (8%) delle azioni Tesla e del declassamento del credit rating di Tesla da parte di Moody. Le altre sono le lentezze, rispetto alle promesse di Elon Musk, nella produzione della Model 3 (il modello meno caro delle Tesla, che è in vendita ma col contagocce) e le conseguenti incertezze sull’indebitamento dell’azienda, nonché il richiamo di tutte le Model S, circa 123.000, per un possibile problema al servosterzo nei climi molto freddi. Insomma, è un momento difficile per Tesla.

Poche ore fa, dopo alcune incertezze iniziali, è emerso che al momento dell’incidente l‘Autopilot della Model X era attivo. Questo sembra indicare un difetto grave nel sistema di guida assistita che avrebbe ripercussioni enormi su Tesla e sulle circa 280.000 sue auto circolanti, oltre che sull’intero concetto di guida autonoma, già scosso dal recente incidente mortale di un’auto di Uber.

Ma è importante capire la dinamica di questo incidente prima di saltare a conclusioni affrettate.

Secondo il rapporto della California Highway Patrol, l’auto ha colpito frontalmente e di testa lo spartitraffico, si è incendiata ed è stata colpita da altre due auto. L’impatto è stato terribilmente violento perché lo spartitraffico non aveva più l’apposito attenuatore d’urto, che era andato distrutto in un altro incidente, nel quale aveva contribuito a salvare il conducente accartocciandosi come previsto e smorzando quindi l’impatto.

L’attenuatore d’urto nelle sue condizioni normali, visto da Google Street View.

L’attenuatore collassato com’era il giorno prima dell’incidente della Tesla.


Tesla ha dichiarato che secondo i dati dei sensori di bordo “negli istanti che hanno preceduto la collisione, avvenuta alle 9:27 del mattino venerdì 23 marzo, l’Autopilot era attivato, con la distanza di inseguimento del cruise control adattivo impostata al minimo” (la guida assistita dell’auto mantiene automaticamente la distanza dal veicolo che la precede, e questa distanza era impostata al valore minimo). Ma ha notato anche che “il conducente aveva ricevuto numerosi avvisi visivi e uno acustico di riprendere il controllo poco prima, durante la guida, e le mani del conducente non sono state rilevate sul volante per sei secondi prima della collisione. Il conducente ha avuto circa cinque secondi e 150 metri di visuale non ostruita dello spartitraffico in cemento con l’attenuatore d’urto collassato, ma le registrazioni del veicolo mostrano che non è stata intrapresa alcuna azione.”

In altre parole, sembra che si tratti ancora una volta di un caso di uso scorretto dell’Autopilot, che non è un sistema di guida automatica ma è solo un assistente di guida, nonostante il nome ingannevole e altisonante. Il conducente deve essere costantemente vigile e pronto a intervenire: tenere le mani sul volante, pronte ad agire, è indispensabile. Ma troppo spesso i conducenti di queste auto attribuiscono a questi sistemi capacità che assolutamente non hanno, si fidano troppo e iniziano a ignorare gli allarmi.

Nel contempo, sembra chiaro che il sistema di guida assistita non è stato in grado di gestire un ostacolo fermo sulla carreggiata e di interpretare correttamente la segnaletica orizzontale, e non è la prima volta che succede.

Secondo Ars Technica, che cita un servizio di ABC7, il conducente era un engineer (termine generico che non ha necessariamente il senso italiano di ingegnere) della Apple, di nome Walter Huang, in precedenza sviluppatore di videogiochi per la Electronic Arts. La famiglia di Huang dice che l’uomo aveva portato la sua Tesla dal concessionario lamentando problemi con l’Autopilot proprio su quel tratto di strada e ha presentato una fattura a riprova, ma Tesla dice di non avere traccia di queste visite.

Va detto anche che il tratto di strada è chiaramente pericoloso, visto che l’assorbitore d’urto era stato distrutto da una collisione precedente di un veicolo convenzionale. La questione di fondo, da valutare con cautela e delicatezza, è come mai il conducente non avesse le mani sul volante per vari secondi in un tratto di strada non lineare e complesso (per un sistema di guida assistita) e avesse l’Autopilot inserito nonostante avesse lamentato problemi con questo sistema proprio in quel pezzo di strada.

È importante sottolineare che l’informatizzazione delle auto, particolarmente spinta nelle Tesla e in altre marche, consente di avere dati tecnici che permettono di ricostruire gli eventi con precisione e (si spera) evitare altri eventi come questo. Senza questi dati, le cause di questo incidente mortale resterebbero probabilmente un mistero. Grazie a questi dati, fra l’altro, Tesla dichiara che sa che “i proprietari di Tesla hanno percorso quello stesso tratto autostradale con l’Autopilot inserito circa 85.000 volte da quando è stato introdotto l’Autopilot nel 2015 e circa 20.000 volte soltanto dall’inizio di quest’anno e non c’è mai stato nessun incidente di cui siamo a conoscenza. Ogni giorno su questo preciso tratto di strada ci sono oltre 200 passaggi in Autopilot compiuti con successo”. Dati che sono al tempo stesso preziosi ma anche rivelatori di quanto le auto iperconnesse siano anche ipersorvegliabili.


2018/04/02 15:00


Un video pubblicato da poco su Youtube mostra un conducente Tesla che passa dal tratto di strada nel quale è avvenuto l’incidente e lo fa con l’Autopilot attivato e ignorandone gli avvisi, ricreando quindi condizioni simili a quelle dell’incidente, e quasi si schianta perché l’Autopilot si confonde sulla segnaletica orizzontale.


Questo tipo di esperimenti è molto pericoloso e non va incoraggiato, ma mostra piuttosto inequivocabilmente che l’Autopilot di Tesla ha problemi a riconoscere le strisce di delimitazione di corsia in queste condizioni.

Va detto, tuttavia, che non è ancora chiaro quale versione di hardware e software fosse usata dalla Tesla di Huang. Non tutte le Tesla, infatti, hanno lo stesso hardware e software di gestione dell’Autopilot.



2018/04/03 00:10


Un altro video girato nello stesso luogo spiega altri dettagli, precisando che è stato ripreso usando una Tesla Model 3 con hardware Autopilot 2.5 e firmware 2018.4.9: l’auto si comporta correttamente, ma nel video si nota che le strisce bianche che dividono le due carreggiate divergono tanto da formare due linee quasi parallele e spaziate quasi quanto una corsia (lo spazio triangolare fra queste due strisce non è contrassegnato come area da non occupare, come avviene invece nelle strade europee). Se l'Autopilot interpreta queste due righe come dei delimitatori di corsia, allora porta l’auto dritta contro lo spartitraffico. Ma in tal caso resta da capire come mai non si sia attivata la frenata automatica anticollisione.


L’autore del video nota che ha percorso quel tratto di strada con un Autopilot per circa due anni e l’auto ha sbagliato a interpretare la segnaletica orizzontale una o due volte, andando quasi a colpire l’attenuatore.

Il canale televisivo ABC 7 è tornato sul luogo dell’incidente con una Tesla Model X. Nel video qui sotto viene citata una dichiarazione secondo la quale Huang aveva segnalato che “sette volte su dieci” la sua auto in quel punto sterzava verso l’attenuatore. Questo rende ancora meno comprensibile la scelta di Huang di usare l’Autopilot e ignorare gli allarmi proprio in quel punto anche il giorno dell’incidente mortale.

Il conducente, nel video di ABC 7, ribadisce molto chiaramente che non bisogna togliere le mani dal volante e bisogna restare sempre pronti a intervenire. Cita anche alcuni errori del sistema di guida assistita, come un’auto fantasma rilevata dai sensori, tanto da far frenare automaticamente la Tesla.



Fonti aggiuntive: Electrek, Teslarati. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.
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Avventurette in auto elettrica: il primo mese con Elsa

Ultimo aggiornamento: 2018/04/09 19:00.

Il primo mese, i primi mille chilometri: un quarto dei miei viaggi in auto (957 km su 3985) è stato elettrico. Nelle mie stime pre-acquisto avevo calcolato un 20%, ma è andata meglio del previsto.

Infatti dopo le mie titubanze iniziali ho visto che la iOn, nonostante i sette anni d’età, si è dimostrata affidabile, soprattutto nella batteria e nella stima dell’autonomia. Ho anche verificato che le nuove reti di colonnine di ricarica informatizzate in Canton Ticino funzionano bene e permettono di caricare rapidamente e di pianificare le ricariche senza problemi. Di conseguenza ho cominciato ad usare l’auto elettrica anche per percorsi superiori alla sua autonomia, contrariamente alle mie intenzioni originali.

È un’altra lezione da considerare per chi sta valutando un’auto elettrica: la diffidenza passa in fretta e la fiducia viene conquistata sul campo. Ma come dicevo nelle puntate precedenti, tutto dipende dalla disponibilità di punti di ricarica di cui posso sapere con certezza la situazione a distanza, prima di raggiungerle.

Il primo mese è anche bastato a prendere dimestichezza con le varie particolarità delle auto elettriche: le procedure per la ricarica rapida e lenta, sia presso le colonnine sia in garage; i suoni caratteristici che annunciano l’avvio corretto delle ricariche; la strana sensazione di allontanarsi dall’auto lasciandola attaccata a una presa come se fosse un gigantesco telefonino; la nuova abitudine di arrivare a casa quasi “a secco” ma non dover più andare al distributore a fare rifornimento (la attacchi alla presa e la lasci lì per la notte; l’indomani hai il “pieno”); e sì, anche il freddo a bordo (che però c'è solo in inverno e per i viaggi relativamente lunghi).

E soprattutto il silenzio, l’assenza di vibrazioni, l’accelerazione fluida e senza sobbalzi da cambiata. Questo con una city car elettrica di sette anni fa: le elettriche di oggi sono ancora meglio in termini di comodità e autonomia.

In questo primo mese ho risparmiato circa 80 franchi rispetto alla spesa di carburante che avrei sostenuto con la mia auto endotermica. E naturalmente ho inquinato molto meno.

Certo, ci sono dei disagi. Ma mi sono reso conto che i disagi si sopportano, e ci si adatta in fretta a sopportarli, esattamente con lo stesso spirito con il quale lo si faceva (e lo si fa) con Linux, con LibreOffice o con qualunque approccio alternativo e un po’pionieristico: per il piacere di fare qualcosa di differente dalla massa e di scoprire un mondo nuovo (e magari contribuire a tenerlo pulito). Con Linux non trovi la pappa pronta e ti devi ingegnare, ma in cambio non dipendi più dai ghiribizzi di Microsoft o Apple: con l’auto elettrica non dipendi più dai petrolieri. Soprattutto, l’auto elettrica è divertente da guidare.

Un’altra lezione da tenere presente: molti commentatori hanno lamentato la difficoltà di dover pianificare qualunque viaggio se si ha un’autonomia così limitata. Ma la pianificazione diventa più facile man mano che la fai, e una volta che l’hai fatta per un dato percorso che fai spesso non hai bisogno di rifarla.

Per esempio, in questi giorni sono andato a fare lezione per i corsi per adulti (uso avanzato di Google, se volete saperlo) a Biasca, che dista dal Maniero Digitale 56 km. Un’occhiata al percorso su Lemnet.org e il piano è stato fatto: sono andato dal Maniero fino a destinazione senza fare pause, a velocità autostradali (110 km/h), e all’arrivo mi restavano 24 km di autonomia. Nessuna differenza di tempi di percorrenza rispetto a un’auto endotermica.

Ho messo l’auto sotto carica lenta alla colonnina Emoti di Biasca, che ho pagato con l’apposita app, e sono andato a cena con la Dama del Maniero. Un’oretta di carica (2,9 kWh, costo 1,66 CHF, pagato con l’app di Emoti) durante la cena mi ha riportato a 9 kWh, ossia 47 km di autonomia, sufficienti per raggiungere, dopo la lezione, la colonnina veloce GOFAST di Cadenazzo (31 km) lungo la strada del ritorno al Maniero.



Qui ci siamo fermati per 23 minuti, che ci hanno portato all’80% di batteria (6,76 kWh, costati 3,31 CHF, pagati con l’app Swisscharge). Con l’occasione abbiamo verificato che si può caricare un’auto elettrica sotto la pioggia (cosa che alcuni lettori temevano fosse pericolosa).


Fatto questo, siamo tornati al Maniero, dove ho messo l’auto di nuovo sotto carica per l’indomani. Percorrenza totale: 117 km. Tempo extra: 23 minuti, trascorsi lavorando e chiacchierando con la Dama.

Il giorno successivo è stato ancora più semplice: la pianificazione si è limitata a un “quanto dista Bellinzona dal Maniero Digitale?” Risposta: 39 km, quindi andata e ritorno senza ricaricare, andando a velocità autostradali, senza dover cercare colonnine. Sono andato, ho fatto lezione e sono tornato percorrendo in tutto 79 km, arrivando al Maniero con ancora 16 km di autonomia residua. 95 km di autonomia a 110 km/h, dopo sette anni di invecchiamento della batteria, non sono male. Tempo di viaggio in più dovuto all’uso dell’auto elettrica: zero.

Per queste destinazioni e per quelle raggiunte nei giorni scorsi non mi servirà più pianificare: so già quale procedura usare, so dove sono le colonnine, so che l’auto ce la fa. Se fate sempre gli stessi percorsi, come capita a me, i disagi dell’elettrico sono molto modesti.

Se poi fate viaggi nel raggio di autonomia dell’auto, siete a posto: non dovete preoccuparvi assolutamente di colonnine o riscaldamento o altro e potete divertirvi. Ne ho fatti tanti, in questo mese di luna di miele elettrica, che non vi ho raccontato perché non hanno nessuna particolarità: li ho fatti e basta, senza preoccuparmi di autonomia o altro.

Stamattina sono andato alla sede luganese della Radiotelevisione Svizzera a condurre la rituale puntata del Disinformatico (scaricabile qui) e ho colto l‘occasione per girare un breve video e raccontarvi uno di questi numerosi viaggetti elettrici senza ansie, come alcuni di voi mi avevano chiesto. Se vince il premio per il video più noioso dell’anno, ho centrato il mio obiettivo e dimostrato che in elettrico si gira senza tensione (scusate, non ho resistito).


Dopo lunga e attenta valutazione, abbiamo scelto di chiamarla Elsa, come suggerito da Loristeo (grazie) nei commenti di un altro articolo, perché è azzurra e fredda come la protagonista di Frozen, ma anche perché è l’acronimo (o retroacronimo) di ELectric Silent Automobile. Mi sono poi accorto che Elsa è il quasi-anagramma di Tesla.


Due conti di pura convenienza economica


Lasciamo stare la questione inquinamento per un istante: qual è il punto di pareggio economico di un’auto elettrica? Ho provato a considerare la più parsimoniosa auto endotermica, la Opel Corsa Life diesel del 2006, che secondo i dati di Equaindex fa 26,7 km/l, e ho usato il prezzo svizzero del diesel (1,62 CHF/litro). La iOn fa circa 90 km con 16 kWh e un kWh mi costa, in fascia notturna, 0.146 CHF. Se non ho sbagliato i conti, l’auto elettrica costa, in “carburante”, circa la metà della più morigerata auto diesel (non più in produzione e oltretutto Euro 4, con tutti i limiti conseguenti): 100.000 km costano 6067 CHF di diesel o 2595 CHF di elettricità.

Sembra molto incoraggiante, ma la iOn costa parecchio di più della Corsa. Prendendo entrambe nel mercato dell’usato, secondo Autoscout24.ch la differenza è circa 3.000 CHF. Questo vuol dire che si raggiunge il pareggio soltanto dopo 90.000 km.

Proviamo a prendere le auto nuove. La più parsimoniosa auto endotermica attuale che ho trovato è la Opel Corsa Energy AC diesel del 2018 (Euro 6), che secondo Equaindex fa 55 mpg, ossia 23,4 km/l, e costa 20.400 CHF; una iOn nuova costa circa 22.500 CHF. In queste condizioni si raggiunge il pareggio dopo 58.000 km. Va già un po’ meglio, e in questi conti non ho considerato le differenze di prezzo di assicurazione e tassa di circolazione, i tagliandi e le riparazioni (solitamente minori in un’elettrica) ed eventuali vantaggi come accesso a zone a traffico limitato o circolazione durante i blocchi del traffico.

Ma se andiamo sulle auto elettriche meno “mini” della iOn, la situazione cambia molto: una Nissan LEAF 2018, una Hyundai Ioniq o una KIA Soul costano circa 38.000 CHF e una Opel Ampera-e o una BMW i3 costano circa 54.000 CHF. Ipotizzando che consumino quanto la iOn, recuperare rispettivamente circa 18.000 e 34.000 CHF richiede grosso modo 450.000 e addirittura 800.000 km. O macinate chilometri più di un camionista, o con queste auto elettriche non arriverete mai al punto di pareggio, men che meno a risparmiare.

In altre parole, prima che l’utilitaria elettrica sia competitiva in termini puramente economici, serve un calo drastico dei prezzi di vendita. Fino a quel momento, le motivazioni per passare all’elettrico non possono essere economiche (salvo casi limite) e devono essere ben altre.



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Podcast del Disinformatico del 2018/03/30

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Facebook aggiorna le opzioni di privacy

Facebook ha pubblicato un aggiornamento delle proprie opzioni di privacy, ammettendo che “le impostazioni di privacy sono troppo difficili da trovare”. Le impostazioni verranno accentrate e riprogettate e arriverà un nuovo menu che le collegherà direttamente e le spiegherà più in dettaglio.

Arriveranno anche strumenti più semplici per trovare, scaricare ed eliminare i dati che abbiamo immesso in Facebook. Sembra un po’ un atto di contrizione in seguito agli scandali di questi giorni intorno al traffico di dati personali provenienti da Facebook che Cambridge Analytica ha usato per tentare di procurare un vantaggio elettorale a candidati politici di numerosi paesi.

A proposito dello scaricamento dei nostri dati, Facebook dice che si può scaricarne una copia “e persino trasferirla a un altro servizio”. Detta così sembra una concessione davvero generosa, ma come nota Sean Sullivan di F-Secure, è vero solo in teoria: Facebook è un monopolio in molti posti. Trasferirla dove?
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Mark Zuckerberg nel 2009 disse che non avrebbe venduto i dati degli utenti: “Certo che no!”

Edward Snowden segnala su Twitter questa perla tratta dall’archivio della BBC: un’intervista nella quale Mark Zuckerberg dice ripetutamente che Facebook non venderà e non condividerà i dati dei propri utenti. Era il 2009. Sappiamo com’è andata.




BBC (Laura Trevelyan): So who is going to own the Facebook content, the person who puts it there, or you?

Zuckerberg: The person who’s putting the content on Facebook always owns the information, and that’s why this is such an important thing and why Facebook is such a special service that people feel a lot of ownership over. This is their information, they own it.

BBC: And you won’t sell it?

Zuckerberg: No, of course not. They want to share it with, um, with only a few people.

BBC: So just to be clear, you’re not going to sell, or share, any of the information on Facebook?

Zuckerberg: What the terms say is just, we’re not going to share people’s information except for with the people that they’ve asked for it to be shared.

In traduzione:

BBC: Quindi di chi saranno i contenuti di Facebook? Della persona che ce li mette, o vostri?

Zuckerberg: La persona che mette i contenuti in Facebook è sempre la proprietaria delle informazioni, ed è per questo che questa è una cosa così importante e che Facebook è un servizio così speciale, di cui la gente sente di essere molto padrona. Queste sono le loro informazioni, appartengono a loro.

BBC: E voi non le venderete?

Zuckerberg: No, certo che no. Loro vogliono condividerle con, uhm, solo con poche persone.

BBC: Quindi giusto per essere chiari, non venderete e non condividerete nessuna delle informazioni presenti su Facebook?

Zuckerberg: Quello che dicono i termini è semplicemente che non condivideremo le informazioni della gente, tranne che con le persone con le quali la gente ha chiesto di condividerle.
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Come scaricare una copia del vostro dossier Facebook

Prosegue da qui la sintesi della serie di tweet che Dylan Curran, un consulente tecnico e sviluppatore web, ha pubblicato per descrivere cosa sanno di noi social network e motori di ricerca. Questa è la parte dedicata a Facebook.

Per scaricare una copia del vostro dossier, andate nelle impostazioni di Facebook e cliccate su Scarica una copia dei tuoi dati di Facebook. Troverete per esempio:

  • Ogni messaggio, ogni file e ogni messaggio audio mai mandato o ricevuto.
  • Tutti i contatti che avete sul telefonino.
  • Quello che Facebook pensa che vi interessi, sulla base dei vostri “Mi piace” e delle cose di cui avete scritto insieme ai vostri amici.
  • Tutti gli sticker che avete mai mandato.
  • Data e ora di ogni volta che vi siete collegati a Facebook, da dove l’avete fatto e con quale dispositivo l’avete fatto.
  • Tutte le applicazioni che avete mai collegato al vostro account Facebook.
Un altro informatico, Dylan McKay, ha scoperto che se avete un dispositivo Android e usate Facebook, in molti casi Facebook ha generato un registro di tutte le telefonate fatte e ricevute: non l’audio delle chiamate, ma tutti i dati di contorno, quindi chi avete chiamato, chi vi ha chiamato, a che ora e per quanto tempo.

Questo è l’elenco dei dati raccolti, secondo la guida di Facebook:

  1. Le informazioni che hai aggiunto alla sezione Informazioni del tuo diario, come la situazione sentimentale, il lavoro, il livello d'istruzione, il luogo dove vivi e altro ancora. Sono inclusi eventuali aggiornamenti o modifiche che hai apportato in passato e il contenuto attuale della sezione Informazioni del tuo diario.
  2. Le date in cui il tuo account è stato riattivato, disattivato, disabilitato o eliminato.
  3. Tutte le sessioni attive memorizzate, compresi data, ora, dispositivo, indirizzo IP, cookie e informazioni sul browser.
  4. Date, orari e titoli delle inserzioni cliccate (periodi di conservazione limitato).
  5. Il tuo indirizzo attuale o gli indirizzi passati che hai avuto sul tuo account.
  6. Una lista di argomenti che possono essere destinati a te e che vengono definiti in base a "Mi piace", interessi e altri dati inseriti nel diario.
  7. Qualsiasi nome alternativo che hai sul tuo account (ad esempio il cognome da ragazza o un soprannome).
  8. Tutte le applicazioni che hai aggiunto.
  9. Il modo in cui il tuo compleanno è visualizzato nel tuo diario.
  10. Una cronologia delle conversazioni che hai avuto sulla chat di Facebook (la cronologia completa è disponibile direttamente nella tua casella di posta). 
  11. I luoghi in cui ti sei registrato. 
  12. Il numero di persone che hanno cliccato su "Mi piace" nella tua Pagina o Luogo, hanno confermato la partecipazione al tuo evento, hanno installato la tua applicazione o si sono registrate nel tuo luogo entro le 24 ore dopo avere visualizzato o cliccato sull'inserzione
  13. Se hai fatto acquisti su Facebook (es.: nelle applicazioni) e hai fornito il tuo numero di carta di credito a Facebook.
  14. La tua valuta preferita su Facebook. Se utilizzi i pagamenti di Facebook, questa è la valuta utilizzata per mostrare i prezzi e addebitare la tua carta di credito.
  15. La città che hai aggiunto nella sezione Informazioni del tuo diario.
  16. La data di nascita che hai aggiunto nella sezione Informazioni del tuo diario.
  17. Persone che hai rimosso dagli amici.
  18. Tutte le informazioni che hai aggiunto al campo Istruzione nella sezione Informazioni del tuo diario.
  19. Indirizzi e-mail aggiunti al tuo account (anche quelli che potresti avere rimosso). 
  20. Eventi a cui hai partecipato o a cui sei stato invitato.
  21. Dati di riconoscimento facciale - Un numero univoco basato sul confronto fra le foto in cui sei taggato. Utilizziamo questi dati per aiutare gli altri a taggarti nelle foto.
  22. Amici che hai indicato come membri della famiglia.
  23. Le informazioni che hai aggiunto come citazioni preferite nella sezione Informazioni del tuo diario.
  24. L'elenco delle persone che ti seguono.
  25. L'elenco delle persone che segui.
  26. Le richieste di amicizia inviate e ricevute, ancora in sospeso.
  27. L'elenco dei tuoi amici.
  28. Il sesso che hai specificato nella sezione Informazioni del tuo diario.
  29. L'elenco dei gruppi su Facebook a cui appartieni.
  30. Gli amici, le applicazioni o le Pagine che hai nascosto dalla tua sezione Notizie. 
  31. Il luogo che hai aggiunto come città natale nella sezione Informazioni del tuo diario.
  32. Un elenco di indirizzi dai quali hai effettuato l'accesso al tuo account Facebook (non sono inclusi tutti gli indirizzi IP storici, in quanto questi vengono eliminati in base al piano di conservazione).
  33. L'ultima posizione associata a un aggiornamento.
  34. Post, foto o altri contenuti per cui hai selezionato "Mi piace".
  35. "Mi piace" sui tuoi post, foto e altri contenuti.
  36. "Mi piace" che hai selezionato sui siti fuori da Facebook.
  37. Un elenco di account che hai collegato al tuo account Facebook
  38. La lingua in cui hai scelto di usare Facebook.
  39. Indirizzo IP, data e ora associati ai tuoi accessi al tuo account di Facebook. Indirizzo IP, data e ora associati alle tue uscite dall'account di Facebook. Messaggi che hai inviato e ricevuto su Facebook. Tieni presente che i messaggi eliminati non sono compresi nel download, in quanto sono stati rimossi dal tuo account.
  40. Il nome del tuo account Facebook.
  41. Tutte le modifiche che hai apportato al nome originale che hai utilizzato quando ti sei registrato su Facebook.
  42. Reti (affiliazioni con scuole o luoghi di lavoro) a cui appartieni su Facebook. 
  43. Le note che hai scritto e pubblicato sul tuo account.
  44. L'elenco delle preferenze per tutte le notifiche e se hai attivato per ciascuna l'e-mail o gli SMS.
  45. L'elenco delle Pagine che amministri.
  46. Le richieste di amicizia inviate e ricevute, ancora in sospeso.
  47. Numeri di telefono cellulare che hai aggiunto al tuo account, compresi numeri di cellulare verificati che hai aggiunto per motivi di sicurezza.
  48. Le foto che hai caricato sul tuo account.
  49. Qualsiasi metadato che viene trasmesso con le foto caricate.
  50. Badge che hai aggiunto al tuo account.
  51. Un elenco delle persone che ti hanno mandato un poke e a cui hai mandato un poke. I contenuti poke della nostra applicazione poke per cellulari non sono inclusi perché sono disponibili solo per un breve periodo di tempo. Il contenuto già visualizzato dal destinatario viene eliminato in modo permanente dai nostri sistemi.
  52. Tutte le informazioni che hai aggiunto per Orientamento politico nella sezione Informazioni del tuo diario. 
  53. I contenuti che hai pubblicato sul tuo diario, ad esempio foto, video e aggiornamenti di stato.
  54. I contenuti pubblicati sul tuo diario da qualcun altro, come i post della bacheca o i link condivisi sul tuo diario dagli amici.
  55. I contenuti che hai pubblicato sul diario di qualcun altro, ad esempio foto, video e aggiornamenti di stato.
  56. Informazioni scaricate sulle impostazioni sulla privacy.
  57. Azioni che hai eseguito e interazioni che hai avuto di recente.
  58. La data in cui ti sei iscritto a Facebook.
  59. Le informazioni attuali che hai aggiunto per Orientamento religioso nella sezione Informazioni del tuo diario.
  60. Persone che hai rimosso dagli amici.
  61. I nomi visualizzati che hai aggiunto al tuo account e il servizio a cui sono associati. Puoi anche vedere se sono nascosti o visibili sul tuo account. 
  62. Le ricerche che hai eseguito su Facebook.
  63. Condivisioni Contenuti (es.: un articolo) che hai condiviso con altri su Facebook utilizzando il pulsante o link Condividi.
  64. Le lingue che hai specificato nella sezione Informazioni del tuo diario. 
  65. Qualsiasi aggiornamento di stato che hai pubblicato.
  66. Tutte le informazioni attuali che hai aggiunto per Lavoro nella sezione Informazioni del tuo diario.
  67. URL personalizzato Il tuo URL di Facebook (es.: nome utente o personalizzato per il tuo account).
  68. I video che hai pubblicato sul tuo diario.
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Takeout: come scaricare una copia di quello che Google sa di noi

Quante cose sa di noi Google? Dylan Curran, un consulente tecnico e sviluppatore web, lo ha descritto in dettaglio in una serie di tweet che riassumo qui.

Cronologia delle posizioni (link): se non la disattivate, Google memorizza dove siete in ogni istante per tutto il tempo per il quale tenete acceso il vostro smartphone.

Tutto quello che avete mai cercato (link): la cronologia completa di quello che avete cercato in Google su tutti i dispositivi che avete associato al vostro account Google.

Profilo pubblicitario (link): Google ne crea uno per voi sulla base di dove abitate, il vostro sesso, la vostra età, gli hobby, la professione, gli interessi, lo stato di relazione, il reddito e il peso corporeo stimato.

Tutte le app ed estensioni che usate (link): quali usate, quando le usate, dove le usate e con chi le usate. Secondo Curran, questo permette a Google, per esempio, di sapere con chi comunicate su Facebook, con quali paesi comunicate e a che ora andate a dormire.

Tutti i video che avete guardato su Youtube (link): sulla base dei video che guardate, Google può farsi un’idea del vostro orientamento politico, religioso, sessuale o valutare se siete depressi o anoressici.

Come scaricare una copia del dossier di Google (link): voi (o, attenzione, chiunque conosca o rubi la vostra password di Google) potete scaricare una copia dei dati personali raccolti da Google: tutte le informazioni elencate qui sopra, più i segnalibri, le mail, i contatti, i file che avete messo su Google Drive, le aziende dalle quali avete fatto acquisti, i video Youtube che avete pubblicato, le foto che avete scattato con lo smartphone, i prodotti che avete comprato tramite Google, la vostra agenda, le vostre sessioni Google Hangout, la musica ascoltata, i libri di Google Books che avete comprato, l’elenco dei gruppi Google ai quali partecipate, i siti che avete creato, i telefonini che avete utilizzato, le pagine che avete condiviso e anche il numero dei passi che avete fatto ogni giorno.
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Rientro della stazioncina spaziale cinese, molto rumore per nulla

Credit: Aerospace.org.
Fra i tanti tipi di fake news ce n’è uno che si sta facendo sentire parecchio in questi giorni: non è una notizia falsa in senso stretto, ma non è neanche vera, perlomeno non nel modo in cui è stata presentata da molte testate giornalistiche. È una via di mezzo.

Mi riferisco alla notizia dell’imminente rientro incontrollato della stazione spaziale cinese Tiangong-1a, presentata con toni allarmisti e catastrofici da quasi tutti i mezzi di comunicazione generalisti e discussa invece con attenta serenità dagli addetti ai lavori.

La notizia di base è vera: sì, una stazione spaziale abbandonata, che ha una massa di circa otto tonnellate, un po’meno di quella di un autobus, sta per rientrare dallo spazio secondo una traiettoria molto incerta. Ma i rischi che cada sull’Italia sono assolutamente minimi, tanto che questa storia non dovrebbe neanche essere una notizia.

Infatti nella notte tra il 24 e 25 marzo scorso è rientrato dallo spazio uno stadio di un razzo russo, che ha sorvolato l’Italia mentre si disintegrava per il calore prodotto dal rientro, ma non c’è stata alcuna psicosi di massa prima dell’evento: i media ne hanno parlato soltanto dopo che lo stadio, che aveva una massa di circa tre tonnellate, è rientrato senza far danni, come consueto, e ne hanno parlato soltanto perché il suo rientro è stato visto in numerose città d’Italia da varie persone che si chiedevano cosa fosse quella strana scia nel cielo notturno.

La piccola stazione cinese (che non c’entra nulla con la grande Stazione Spaziale Internazionale, che se ne sta salda al suo posto) invece ha scatenato l’allarme mediatico. Eppure i dati parlano chiaro. Prendete un mappamondo e segnate tutta la fascia che va dal Centro Europa fino alla punta meridionale dell’Africa. Poi prolungate quella fascia tutt’intorno al globo: includerete tutta l’Africa, l’Asia meridionale, l’Australia, e buona parte dell’America del nord e del sud, tutta la fascia centrale dell’Oceano Pacifico, dell’Oceano Atlantico e di quello Indiano. La stazione cinese Tiangong-1 può cadere in qualunque punto di tutta questa immensa porzione di terra e acqua, rispetto alla quale l’Italia è minuscola.

La fascia di Terra sorvolata dalla Tiangong-1. Notate le dimensioni dell’Italia.


La probabilità che qualche suo frammento sopravviva alla violenza del rientro e arrivi a terra è già bassa: quella che gli eventuali frammenti colpiscano proprio l’Italia è ancora più bassa. Ma non è zero, ed è per questo che la Protezione Civile ha pubblicato un avviso precauzionale. Solo che quest’avviso, paradossalmente, è stato interpretato dai media come una conferma di un rischio credibile e significativo quando non lo è. La regola giornalistica che le catastrofi annunciate si vendono sempre bene ha fatto il resto.

Per fortuna su Internet ci sono molti siti, come Planetary.org, Gbtimes.com, Aerospace.org, Heavens-above.com, Esa.int o Asi.it, e su Twitter ci sono astronomi come Jonathan McDowell e Marco Langbroek, che consentono di avere dati precisi sul rientro della Tiangong-1, senza allarmismi inutili e con aggiornamenti in tempo reale, e permettono di scoprire che in passato sono rientrati in modo incontrollato oggetti ben più massicci, come la stazione sovietica Salyut-2, le cui venti tonnellate precipitarono sulla Terra nel 1973 senza far danni. Anche lo Skylab statunitense (77 tonnellate) fece un rientro parzialmente incontrollato nel 1979: alcuni frammenti arrivarono al suolo in Australia, ma senza alcuna conseguenza a cose e persone.

Vale insomma la solita regola: per le notizie tecniche, i siti specializzati battono sempre le testate generaliste. Niente panico.


Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 27 marzo 2018. Fonti aggiuntive: SpaceAnswers.com, Space.com.
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Griefbot: fantasmi digitali

In Be Right Back, una puntata della celebre serie di fantascienza Black Mirror, una giovane donna che ha perso tragicamente il proprio partner in un incidente stradale si trova a dover affrontare una tentazione inattesa che le arriva dagli amici: iscriversi a un servizio online che usa i dati accumulati nei social network dalla persona deceduta per creare una sorta di personalità virtuale che scrive, chatta, parla e si comporta come il partner che non c’è più. In pratica la donna continua a dialogare con il partner morto, come se fosse ancora vivo. Sul telefonino riceve messaggi che sembrano provenire da lui e sente persino la sua voce.

Quella puntata risale al 2013, ma cinque anni dopo la sua idea è già diventata realtà. Questo servizio viene chiamato “griefbot”, una parola che combina il termine inglese “grief” (ossia “lutto”), con “bot”, ossia “programma o agente automatico”.

Gli amici di un uomo russo, Roman Mazurenko, morto a Mosca investito da un’auto, hanno creato un griefbot, ossia un programma che attinge al vasto archivio di messaggi social lasciati da Roman e scrive come se fosse lui: gli amici considerano questo griefbot una sorta di monumento digitale in memoria dello scomparso.

Lo stesso ha fatto il tecnologo Muhammad Ahmad, che lavora presso l’università di Washington: quando è morto suo padre, ha raccolto tutti i suoi scritti, li ha digitalizzati e inseriti in un programma di intelligenza artificiale per dare ai propri figli l’occasione di farsi un’idea di come fosse il loro nonno che non hanno mai potuto conoscere.

Si tratta di sistemi sperimentali, costruiti pazientemente e in modo personalizzato: siamo ancora lontani da un servizio “chiavi in mano” che consenta, per esempio, di prendere tutte le chat di Facebook e WhatsApp e tutti i messaggi vocali di una persona e creare un suo duplicato virtuale credibile. Ma non sembrano esserci ostacoli tecnologici significativi.

Gli ostacoli, infatti, sono semmai di ordine etico. Per esempio, si può creare un clone virtuale di una persona senza il suo consenso? Chi è il titolare dei diritti sulla personalità di un defunto? E se il clone fosse di qualcuno che è ancora vivo e che quindi si trova ad avere un gemello online che parla e scrive come lui o lei?

Gli psicologi dicono che questo genere di personalità virtuale può avere una funzione consolatoria nella gestione di un lutto, persino quando chi ne fa uso è consapevole che si tratta semplicemente di un programma che pesca e rimescola le frasi pertinenti dall’archivio delle cose dette dalla persona defunta e non è capace di creare pensieri nuovi. In psicoterapia si usa spesso la tecnica della sedia vuota: il paziente dialoga con la sedia come se vi fosse seduta la persona che non c’è più. Questi griefbot sarebbero una versione digitale di questa tecnica.

La puntata di Black Mirror ha una conclusione che non è il caso di svelare qui ed è ben lontana dalle prestazioni dei griefbot attuali. Ma l’intelligenza artificiale progredisce in fretta e l’illusione di parlare con una persona reale diventa sempre più potente. E propone uno scenario inquietante: un giorno i social network saranno ricolmi di fantasmi.


Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 27 marzo 2018.
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Webinar Zanichelli: “Il debunking. Come si smascherano le bufale scientifiche”

Ieri sono stato ospite della Zanichelli per un webinar sul debunking e sulle bufale e le fake news, particolarmente di carattere scientifico. Il video è disponibile qui sotto. Buona visione.

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Comunicazione di servizio per querulomani querelomani

Piccolo promemoria generico per tutti quelli che non hanno di meglio da fare che spender soldi in querele temerarie:

Se esprimo la mia opinione descrivendoti come “persona davvero piccola e triste” perché dopo numerosi, educati richiami alla calma insisti ad attaccar briga pubblicamente per motivi non solo futili ma addirittura inesistenti;

se pensi che quando avviso che ho respinto un commento senza pubblicarlo perché conteneva insulti, quel commento debba per forza riguardare te;

se poi ti vanti pubblicamente di aver ottenuto una “vittoria su tutti i fronti” perché pensi di essere stato “censurato” quando in realtà il tuo commento era solo in coda di moderazione;

e se infine fai mandare una lettera di un avvocato che minaccia querela per “diffamazione aggravata” e dice che sei “determinato ad adire le vie legali sia in sede penale [...] sia in sede civile (per ottenere il risarcimento dei danni subiti)”;

...forse stai confermando un tantinello che la descrizione è azzeccata.


Ogni ulteriore comunicazione verrà serenamente cestinata.


Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.
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Podcast del Disinformatico del 2018/03/23

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Smartphone e tablet in bianco e nero, le istruzioni corrette

Nella scorsa puntata del Disinformatico radiofonico ho dato le istruzioni sbagliate per impostare l’iPhone o iPad in modo che visualizzi tutto in bianco e nero, rendendo il suo schermo meno appetibile per esempio per i bambini attratti dal telefonino/tablet dei genitori o anche per gli utenti adulti che vogliono disintossicarsi dalla distrazione continua delle notifiche di mail e social network.

Le istruzioni corrette, per iOS 11, sono queste: andate in Impostazioni - Generali - Accessibilità - Regolazione schermo - Filtri colore, attivate l’opzione Filtri colore e poi selezionate Scala di grigi. Per ripristinare i colori basta procedere in senso inverso.

Come segnalato nei commenti dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, l’equivalente per i dispositivi Android è andare in Impostazioni - Sistema - Informazioni sul telefono e premere cinque volte volte su Numero build per attivare la modalita' sviluppatore. Fatto questo, si va in Impostazioni - Sistema - Opzioni sviluppatore - Simula spazio colore (è parecchio in fondo) - Monocromia.  
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Sarà phishing o un allegato reale? Scopritelo in sicurezza con Browserling

Capita spesso di ricevere mail contenenti allegati, e sappiamo che alcuni di questi messaggi possono essere trappole con allegati infetti. Ma come facciamo a saperlo con certezza? Magari stiamo davvero aspettando un pacco o un biglietto per un concerto.

Esempio pratico: una persona mi ha segnalato di aver ricevuto una mail intitolata “***Important Please Read***” e con questo testo:

Thanks
Your invoice is attached. Please remit payment at your earliest convenience.
Thank you for your business - we appreciate it very much.

In coda alla mail c’è un link dal nome apparentemente rassicurante, che inizia con nam02.safelinks.protection.outlook.com.

Cliccando sul link, Outlook avvisa che il link è pericoloso:


Ma in questi casi viene sempre il dubbio che ci sia davvero una fattura da pagare. Come si fa a controllare senza rischiare di infettarsi? Si può usare Browserling.com, un sito che vi offre gratuitamente un computer sacrificabile.

Su questo computer potete scegliere di avere quasi tutte le versioni di Windows, da XP fino a Windows 10, e molte versioni di Android; potete selezionare un browser a scelta fra Internet Explorer, Chrome, Firefox, Opera e Safari, e visitare qualunque sito o link in tutta sicurezza con quel computer.

Sullo schermo del vostro computer apparirà il risultato della visita. Il servizio gratuito dura soltanto tre minuti, ma è un tempo sufficiente per fare questo genere di test su link e allegati sospetti senza correre pericoli. Allo scadere di questo tempo il computer verrà azzerato e riportato al suo stato iniziale, per cui potete usarlo per fare tutti gli esperimenti che volete (sconsiglio, però, di immettere password o altri dati sensibili; non si sa mai).

Uso quindi Browserling per visitare il link della mail sospetta usando Windows 7 e Internet Explorer 11:



Ottengo di nuovo un avviso di Outlook, e quando clicco sul link mi viene proposto di scaricare un documento Word. Molti utenti non sanno che i documenti Word possono essere infettanti e quindi si fidano: è una trappola molto efficace.



Lo posso scaricare sulla macchina virtuale e poi da lì darlo in pasto a Virustotal.com:



Ecco il risultato della diagnosi di Virustotal: si tratta di un malware nuovo, al momento rilevato solo da alcuni antivirus.



Virustotal mi fornisce anche informazioni sulla natura di questo malware, basato sulle macro di Word:



Ho insomma accertato che la mail è truffaldina senza correre alcun rischio: il computer virtuale sul quale ho svolto la verifica verrà azzerato e quindi non c’è pericolo che si infetti.

Giusto per curiosità e completezza, ho provato ad aprire il documento Word su una macchina Linux, che come tale non è infettabile da questo malware:



Astuto: il testo del documento Word è coperto da un riquadro che chiede all’utente di abilitare i contenuti (in altre parole, abilitare le macro) e quindi rendersi vulnerabile. Ma anche no.

Se ricevete un documento Word che fa richieste di questo genere, cancellatelo: è quasi sicuramente un malware. Se per caso vi arriva da una fonte che conoscete, chiamate quella fonte e chiedetele se è vero che ha mandato questo documento e soprattutto perché mai si ostina a usare le macro di Word, che sono uno dei veicoli di infezione preferiti dai criminali informatici.
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Dopo Cambridge Analytica, ecco come ridurre la propria esposizione su Facebook

Le rivelazioni riguardanti Cambridge Analytica e Facebook e la passata disinvoltura del social network di Zuckerberg nel dare a chiunque i dati dei propri utenti stanno suggerendo a molti di ridurre il proprio uso di Facebook o addirittura di chiudere il proprio profilo per protesta.

La chiusura drastica e totale è probabilmente un gesto poco praticabile per chi ha riversato in Facebook la propria rete di contatti e gran parte della storia della propria vita: ci sono delle soluzioni di compromesso molto più accessibili.

Comunque per chi vuole eliminare definitivamente il proprio account Facebook, sono ancora validi i passi descritti in questo mio articolo (potete anche seguire le istruzioni di Aranzulla.it). Il link per iniziare l’eliminazione è sempre questo:

https://www.facebook.com/help/delete_account

Se invece preferite non essere così drastici, potete invece ridurre i dati che offrite agli inserzionisti e a gente senza scrupoli in questo modo.


Togliere la geolocalizzazione


Su dispositivi Apple che usano iOS 11, andate in Impostazioni - Privacy - Localizzazione, scegliete Facebook e poi Mai. Ripetete per Messenger.

Su dispositivi Android 8.1, scegliete Impostazioni - App e notifiche - Facebook - Autorizzazioni e disattivate Geolocalizzazione. Ripetete per Messenger.


Bloccare le ricerche nei vostri post


Da dicembre 2014, Facebook consente di fare ricerche di testo nei post pubblici e in quelli condivisi dagli amici, come spiegato qui.

Per impedirlo, andate alle Impostazioni di Facebook e scegliete Privacy - Le tue attività. Qui cliccate su Limita i post passati e su Modifica e poi Amici in Chi può vedere i tuoi post futuri?


Eliminare le app ficcanaso


Cambridge Analytica si è presa i dati di circa 50 milioni di utenti usando una app di Facebook. Quando vedete l’invito “Registrati con il tuo profilo Facebook” su un sito, state usando queste app; anche alcuni giochi in Facebook sono app. Queste app possono accedere ai vostri dati personali.

Per vedere quante app hanno accesso ai vostri dati e decidere quali eliminare, andate nelle Impostazioni di Facebook, scegliete App e mettete il cursore del mouse sopra le icone delle app che non riconoscete o non vi servono più: questo fa comparire una crocetta che consente di rimuoverle.

Sempre nella sezione App, guardate anche Applicazioni usate dagli altri cliccando su Modifica e preparatevi a una sorpresa: “le persone che possono vedere le tue informazioni, possono condividerle con le applicazioni che usano”, dice la finestra di dialogo che compare. In altre parole, se uno dei vostri amici usa un’app, quell’app può leggersi i vostri dati riservati agli amici, anche se non avete dato il vostro consenso all’app e neanche sapete che il vostro amico la usa. Fra questi dati ci sono anche l’orientamento politico e quello religioso. Consiglio di disattivare tutto e poi cliccare su Salva.


Disabilitare la Piattaforma


Se volete essere più drastici, andate nelle Impostazioni di Facebook, scegliete App e poi Applicazioni, siti Web e plugin, cliccando sul suo pulsante Modifica e scegliete Disabilita. La Piattaforma è uno dei metodi di raccolta di dati personali usati da aziende terze tramite Facebook. Disabilitarla significa bloccare questa raccolta, ma significa anche che non potrete più accedere ad altri siti usando il vostro login Facebook o giocare per esempio a Farmville.


A parte tutto questo: ripensare l’uso di Facebook


Ora che è chiaro a chiunque che i social network sono delle gigantesche macchine di schedatura e profilazione usabili non solo per scopi commerciali ma anche per operazioni di manipolazione politica e di sorveglianza di massa, oltre a cambiare queste impostazioni di privacy è probabilmente il caso di ripensare come si usa Facebook e riportarlo a quello che era inizialmente: un posto per condividere barzellette, foto di gattini e altre frivolezze che non fanno male a nessuno.

Per esempio, non fidatevi delle promesse di privacy condividendo foto intime con gli amici. E provate a tenere per voi le vostre opinioni politiche e sociali e magari discuterne altrove. Magari, se mi passate l’eresia, faccia a faccia con gli amici invece che con la faccia rivolta a uno schermo.


Fonti aggiuntive: Electronic Frontier Foundation.
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Avventurette in auto elettrica: l’importanza di una rete di ricarica informatizzata

Ultimo aggiornamento: 2018/03/30 7:30.

Sto man mano esplorando i limiti di un’auto elettrica ad autonomia limitata come la mia Peugeot iOn usata (90 km reali, secondo il computer di bordo). L’ho comprata pensando di usarla esclusivamente come city car, per viaggi brevi entro il limite della sua autonomia, ma visto il successo dell’avventuretta precedente a una distanza senza ritorno garantito ho proposto alla Dama del Maniero una sfida leggermente più spinta: andare in un luogo che possiamo raggiungere soltanto facendo tappa per caricare e dove c’è una sola colonnina di ricarica, dalla quale dobbiamo dipendere per poter tornare a casa. E fare tutto questo non per diletto, ma per lavoro, con orari di arrivo da rispettare.

Il luogo è Cevio, dove ho tre lezioni di sicurezza e privacy per gli studenti della Scuola Media locale. Cevio dista dal Maniero Digitale 72 chilometri, per metà autostradali. Ci potremmo arrivare senza far tappa per ricaricare, ma con margini ridottissimi, e fa freddo, per cui servirà un po’ di riscaldamento, che intacca l’autonomia. Troppo rischioso. Girare con soli 16 kWh di batteria richiede una certa arte nel pianificare e bilanciare le esigenze.

L’ottimo Lemnet.org mi segnala che lungo il percorso di andata ci sono ben tre colonnine di ricarica rapida con connettore CHAdeMO (quello della iOn) a circa 33 km dal Maniero. Rispetto all’avventuretta precedente, ne è spuntata una nuova, quella di GOFAST a Cadenazzo, che avevamo trovato in allestimento appunto durante quel giro esplorativo ed è stata inaugurata da poco. Decidiamo di provarla, visto che è nuova e abbiamo ancora un po’ di carica gratis offerta dal gestore Swisscharge. Una fermata di venti minuti e avremo energia più che sufficiente per arrivare a destinazione. Calcoliamo quindi di partire con mezz’ora di anticipo rispetto a un analogo viaggio a carburante.

Il problema sarà il ritorno. Una volta arrivati a Cevio, distante 42 km, per il ritorno dipenderemo da un’unica colonnina Emoti, che secondo Lemnet sta a 450 metri dalla scuola e non ha il connettore veloce CHAdeMO ma ha (per la iOn) solo il Tipo 1, che è a carica lenta. Dovremo assolutamente ricaricare lì almeno un po’, perché altrimenti non avremo autonomia sufficiente a raggiungere di nuovo la colonnina veloce usata all’andata. Fra l’altro, non ce ne sono altre di nessun genere nel raggio di 40 km da Cevio.

Il piano di viaggio è insomma questo: partenza dal Maniero col “pieno” (fatto durante la notte con la presa domestica), tappa per ricaricare rapidamente a metà strada, arrivo; poi carica lenta durante le lezioni, tappa a metà strada per ricaricare di nuovo e tornare al Maniero. La durata prevista del viaggio, fra andata e ritorno, si allunga quindi in totale di circa 40 minuti rispetto a un viaggio a benzina, ma il tempo non è un problema, visto che durante la carica possiamo lavorare.

Come sempre, quando si viaggia con un’auto elettrica ad autonomia limitata la pianificazione è tutto. Ma le cose non andranno esattamente come pianificato.


Andata: tutto liscio


Partiamo quindi dal Maniero la mattina presto. Fa freddo (8 gradi e c’è vento gelido), e il riscaldamento (elettrico) della iOn rischia di intaccare la nostra autonomia, per cui lo teniamo basso. Ma anche così consuma parecchio: il computer di bordo che segnava 101 km di autonomia alla partenza scende dopo pochi minuti a 47. Poi si ridimensiona, ma sono piccoli momenti di angoscia.

La Dama del Maniero inaugura la coperta che teniamo in auto proprio per questo motivo e conferma che è efficace: tenuta sulle gambe, fa una notevole differenza. Altra lezione imparata: se avete una piccola auto elettrica, vi serve una coperta. Farete la figura dei nonnini, ma fa niente. Prossimamente proverò anche a preriscaldare l’auto mentre è ancora sotto carica, usando il riscaldatore interno oppure una soluzione esterna.

Arriviamo spediti al nuovo punto di ricarica di Cadenazzo, viaggiando intorno ai 110 km/h (il limite autostradale in Svizzera è 120 km/h) e lo inauguriamo senza problemi: l’app Swisscharge sul mio telefonino dialoga con la colonnina e attiva la carica.



Dopo 18 minuti (trascorsi produttivamente lavorando) abbiamo già l’80% di carica. La colonnina si spegne automaticamente, ma prima che io riesca a riporre il computer c’è una sorpresa: è già partita la seconda carica, che è lenta e porterebbe la batteria al 100% in 50 minuti. Non sapevo di questa funzione. Comunque non ci serve e non abbiamo 50 minuti di tempo, per cui interrompo la ricarica e il viaggio prosegue. Abbiamo speso 1,52 franchi.

C’è molto traffico, ma questo non fa aumentare i consumi: l’auto elettrica è praticamente spenta quando è ferma in coda. Il silenzio a bordo è splendido.

La strada da Cadenazzo a Cevio è ricca di curve e ha quasi ovunque un limite di 60 km/h, che è ottimale per auto da città come la iOn, che non hanno un’aerodinamica esasperata e consumano parecchio a velocità elevate. È anche una strada molto pittoresca, in mezzo ai boschi, e sto già pregustando l’idea di girare con l’auto da queste parti a finestrini aperti, in estate, accompagnato solo dai suoni dell’ambiente e dal fruscio delle ruote, senza il baccano e le vibrazioni del motore a benzina.

Arriviamo a destinazione puntuali e con 36 km di autonomia residua. Facciamo le lezioni del mattino e dopo la pausa pranzo porto l’auto alla colonnina Emoti, che è libera e funzionante: lo so perché me lo ha detto l’app. Altra lezione molto importante: sapere in che condizioni sono le colonnine prima di visitarle è fondamentale per evitare ritardi e disagi ed è dannatamente rassicurante. Arrivo, collego l’auto, avvio l’app e attivo la ricarica.

Non parte. Panico.

Sto già valutando a chi chiedere una presa elettrica che regga 10 ampere (è il mio piano C ed è il bello delle elettriche: mal che vada, ricarichi ovunque ci sia una presa elettrica decente, anche se ricarichi lentamente). Poi mi ricordo il trucco: con queste colonnine bisogna prima far partire la ricarica e poi inserire il connettore. Poco intuitivo, perlomeno per chi come me viene dal mondo delle pompe di benzina, ma basta non farsi prendere dall’ansia e non presumere subito che ci sia qualche problema di app o di compatibilità.

Riavvio l’app, attivo la ricarica e poi collego l’auto, che saluta il rifornimento con il suo consueto rumore momentaneo di ventole (è il controllo termico della batteria). Altra lezione di questo viaggio: niente panico e memorizzare bene la sequenza in cui vanno fatte le cose.



Torno a scuola per proseguire le lezioni: mezzo chilometro è piacevole da fare a piedi, vista la giornata, ma sotto la pioggia (o la neve, visto che siamo in zona di montagna) sarebbe stato molto meno divertente. Ma online ho visto, prima di partire, che sul posto c’era bel tempo: un altro vantaggio dell’informatica che elimina le preoccupazioni.


Ritorno con sorpresa


Tre ore e mezza dopo finiamo le lezioni e raggiungiamo la iOn, che ha caricato 8,2 kWh con una spesa di 3,46 franchi.


L’app mi consente di monitorare i costi ed è accompagnata anche da una mail e da un SMS che contengono le informazioni sulla carica effettuata. Ripartiamo così con tranquillità con un “pieno”, con 87 km di autonomia per un viaggio di 71. Ma qui cominciano le sorprese.

Alla partenza il computerino di bordo prevede appunto 87 km:



Ma dopo alcuni chilometri sembra essere impazzito: l’autonomia aumenta invece di diminuire. Una decina di minuti dopo la partenza l’autonomia è salita a 99 km.



Cominciano le ansie. “Ecco”, mi metto a pensare, “vedi cosa succede a comperare un’auto usata? Sarà mica che le cariche veloci hanno sballato il computerino? E adesso come faccio a fidarmi delle indicazioni di autonomia? Cosa sto sbagliando?”

Poi guardo l’indicatore dello stato di carica della batteria (sulla sinistra nelle foto e noto che dopo parecchi chilometri dice che ha consumato soltanto una tacca. Impossibile. Stai a vedere che è guasta anche la batteria. Angoscia.

Poi, finalmente, mi si accende la proverbiale lampadina sopra la testa. O come dicono qui, mi scende il ventino (la moneta da venti centesimi era quella tipica per far funzionare i distributori automatici).

Siamo in discesa.

Fra Cevio e Cadenazzo, dove abbiamo caricato, c’è una differenza d’altitudine di circa 200 metri (trucco: per sapere la variazione altimetrica fra due luoghi in Google Maps basta impostare la bici come veicolo). Di conseguenza, adesso stiamo scendendo: l’auto consuma meno del normale e quindi il computer di bordo stima un’autonomia maggiore per via dei consumi ridotti. Dopo 28 chilometri, arrivati a Locarno, l’autonomia prevista è addirittura salita a 107 km.

Ed è a quel punto che ti rendi conto veramente che la Svizzera non è piatta e per un’auto elettrica l’altimetria conta. In auto a carburante queste differenze quasi non si sentono: qui le percepisci molto chiaramente.



Il risparmio di energia è talmente vistoso che possiamo addirittura saltare la tappa di ricarica veloce prevista per il ritorno. Torniamo al Maniero senza fermarci, risparmiando così anche venti minuti sulla tabella di marcia. All'arrivo restano ancora 31 km di autonomia: sufficienti per fare un altro giretto serale in città, per poi mettere la iOn sotto carica per la notte e trovarla l’indomani di nuovo col “pieno”.


Facciamo due conti


Se avessi percorso i 145 km di quest’avventuretta con la mia auto a benzina (Opel Mokka), avrei speso circa 16 franchi di carburante. Andando in auto elettrica, invece, ho speso un ”pieno” notturno domestico (2,3 CHF) più una ricarica veloce (1,52 CHF) più una ricarica lenta (3,46 CHF): in totale 7,28 franchi. In altre parole, pur caricando presso le colonnine, dove la corrente costa molto più che a casa, ho speso meno della metà di quello che avrei speso a benzina, senza particolari disagi. In realtà stavolta ho speso anche meno, perché la ricarica veloce è pagata dai 30 CHF di omaggio per i nuovi utenti Swisscharge, ma lasciamo stare. Ah, e ho anche inquinato molto meno.

So che sto confrontando due auto di categorie ben diverse e che il confronto andrebbe fatto con un’auto a benzina/diesel equivalente alla iOn, ma per me la scelta è fra andare con una Mokka e andare con una iOn, e poi non ho dati precisi su un’auto paragonabile alla iOn. Secondo Equaindex (scovata nei commenti da Kaguya, che ringrazio), l’auto endotermica pura più parsimoniosa è la Opel Corsa Life diesel del 2006 (Euro 4), che fa 26,7 km/l. Per fare 145 km avrebbe consumato circa 5,5 litri, al costo (in Svizzera) di 1,62 CHF/litro, quindi 8,91 CHF. Un franco e mezzo in più rispetto alla iOn,* ma inquinando molto di più.

*Con un’auto elettrica ad autonomia maggiore avrei potuto evitare la carica alle colonnine e usare solo energia domestica. In questo caso avrei speso 4,23 CHF contro gli 8,91 della Opel diesel.

Tutto questo è possibile, persino con un’auto ad autonomia ridotta come questa, perché la rete di ricarica è informatizzata: posso sapere se una colonnina è attiva e libera direttamente dal telefonino, e spesso posso addirittura prenotarla, quasi come fanno le Tesla sul loro gigantesco display da 17 pollici. Se si vuole incoraggiare l’uso delle auto elettriche, è fondamentale fornire una rete di punti di ricarica affidabile e capillare, e soprattutto dare agli utenti il modo di essere sicuri di trovare un posto dove caricare prima di arrivarci. L’informatica, abbinata alla telefonia mobile, è la soluzione ideale.

La Dama del Maniero è contenta della nuova avventuretta: vuole trovare un nome per la iOn. La Mokka, per via dei suoi sensori di parcheggio e dei suoi allarmi anticollisione piuttosto striduli che si attivano continuamente e spesso a sproposito, è stata battezzata Petula (perché è petulante, appunto). Avete qualche suggerimento?


Aggiornamento (2017/03/27): Dopo lunga e attenta valutazione, abbiamo scelto di chiamarla Elsa, come suggerito da Loristeo nei commenti, perché è azzurra e fredda, ma anche perché è l’acronimo di ELectric Silent Automobile. Grazie!


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Facebook e il disastro di Cambridge Analytica

Ieri la TV commerciale britannica Channel 4 ha mandato in onda e pubblicato su Youtube le riprese nascoste dei massimi esponenti di Cambridge Analytica mentre offrono i loro servizi (informatici e non solo, prostitute comprese) per manipolare l’opinione pubblica e si vantano di aver influenzato il corso di numerose elezioni nel mondo usando i dati estratti dai social network.

In particolare, è emerso che Cambridge Analytica ha abusato dei dati e delle funzioni di Facebook per profilare circa 50 milioni di utenti e dedurne gli orientamenti politici, creando per Donald Trump una campagna presidenziale estremamente mirata, con spot online su misura per i singoli utenti.

Al centro di questa profilazione c’è un’app per Facebook, This Is Your Digital Life, creata dal ricercatore Aleksandr Kogan insieme a Cambridge Analytica e immessa nel social network nel 2014, che invitava gli utenti a scoprire il proprio profilo di personalità: uno di quegli stupidi sondaggini che andavano di moda a quell’epoca e che già allora si sconsigliava di usare.

Quest’app, usata da circa 270.000 persone, accedeva anche ai dati degli amici di queste persone, come era prassi di Facebook in quel periodo, e quindi ha permesso di raccogliere informazioni su circa 50 milioni di utenti. Questi dati, secondo Christopher Wylie, ex dipendente e ricercatore principale di Cambridge Analytica, sarebbero stati venduti all’azienda e usati per la campagna Trump. L’azienda nega pubblicamente di aver usato questi dati.

Gli Stati Uniti, inoltre, non sono l’unico paese nel quale Cambridge Analytica ha avviato campagne politiche di manipolazione delle opinioni, secondo le dichiarazioni dei suoi stessi responsabili, registrate di nascosto dai giornalisti di Channel 4. Su questi altri paesi stanno emergendo molti dettagli.

Questa è una parte dell’indagine di Channel 4. Dedicatele venti minuti: non ve ne pentirete, ma il disgusto sarà forte.



Se reggete, qui c’è un’intervista con Christopher Wylie, il ricercatore di Cambridge Analytica che ha rivelato tutta la vicenda:


Questo è un elenco di chi ha pagato i servizi di Cambridge Analytica secondo Opensecrets.org, sulla base dei dati della commissione elettorale federale statunitense:

Credit: Kevin Beaumont.

Facebook si chiama fuori, anche con un messaggio personale di Mark Zuckerberg di oggi, dicendo di aver rimosso l’app quando è emerso che i dati raccolti venivano usati per scopi differenti da quelli dichiarati. Ma non può fare la santarellina:

  • l’idea che un’app potesse accedere ai dati degli amici di chi faceva il sondaggio era evidentemente una violazione di ogni principio basilare di tutela dei dati. Come nota la Electronic Frontier Foundation, Facebook all’epoca era fatta apposta così.
  • Facebook sapeva da tempo (dal 2015, come ammesso dallo stesso Zuckerberg) di questa vicenda e non ne ha parlato fino a quando l’hanno tirata fuori i giornalisti. Quelli bravi e testardi, che esistono nonostante tutto. Quelli che lavorano per un anno per tirar fuori un’indagine devastante, come Carole Cadwalladr e Emma Graham-Harrison del Guardian e dell’Observer, che vi consiglio di leggere qui.

In pratica è andata così:


2013: Cambridge Analytica [fingendo di essere solo un ricercatore]: “Salve Facebook, sono Aleksandr Kogan, un ricercatore universitario, vorrei accedere ai dati dei vostri utenti tramite un sondaggino. OK se già che ci sono mi prendo anche i dati dei loro amici?”

Facebook: “Certo, perché no, li diamo a tutti. Vai tranquillo.”

2015: Giornalisti: “Ehi, Facebook, quel ricercatore al quale avete dato allegramente accesso ai dati dei vostri iscritti e anche a quelli dei loro amici li ha condivisi tutti con Cambridge Analytica, quell’azienda che si vanta di manipolare le elezioni.”

Facebook: “Cosa? Ops! Ehi, ricercatore e Cambridge Analytica, era contro le nostre regole; non avviseremo gli utenti violati e non diremo niente a nessuno, ma vi banniamo l’app e ci dovete promettere che farete i bravi e cancellerete i dati raccolti.”

Cambridge Analytica: “Cerrrrrtoooo, promesso, come no.....” [rumore di milioni di dollari che cadono nei conti di Cambridge Analytica dalla campagna Trump]

2018: Giornalisti: “Ehi, Facebook, Cambridge Analytica non ha mica cancellato i dati.”

Facebook: “Opperdindirindina, state dicendo che abbiamo sbagliato a fidarci della promessa di quelli che avevano barato?”


In queste ore le azioni di Facebook hanno perso circa il 9%, togliendo grosso modo 50 miliardi di dollari dal valore di mercato del social network.

Certo, tutti i social network raccolgono dati personali. Lo fa anche Google. Ma nessuno si avvicina alla quantità e varietà di dati raccolta da Facebook. Nessuno controlla anche la più grande piattaforma di messaggistica del pianeta (WhatsApp), raccogliendo dati su chi comunica con chi e quando lo fa. Nessuno aspira in maniera così megalomane a gestire le notizie dei giornali. Nessuno si vanta di poter coordinare campagne d’influenza politica di grande successo (in pagine che Facebook ha ora rimosso o de-listato silenziosamente, come scoperto da The Intercept).

Fonte: Facebook (pagina non rimossa ma de-listata)

Non dimentichiamo, inoltre, che la campagna Obama del 2008 fu chiamata, non a caso, “the Facebook election”. Anche in quell’occasione Facebook consentì il microtargeting degli utenti (con la differenza che i dati per farlo non furono ottenuti con l’inganno).

Certo, i governi e i movimenti politici da sempre cercano di influenzare l’opinione pubblica. Ma stavolta i dati per farlo glieli abbiamo forniti noi, non una polizia segreta o un ente governativo di sorveglianza.

Ancora una volta la disinvoltura di Facebook nel “proteggere” i dati dei suoi due miliardi di utenti conferma il principio che se non paghi per un servizio, non sei un utente e non sei un cliente: sei il prodotto in vendita.

Bisogna tenere presente, infatti, un concetto che molti in queste ore stanno sbagliando: Facebook non si è fatta rubare i dati degli utenti. Li ha ceduti volontariamente.


Non dimentichiamo questo celebre scambio di messaggi di un giovane Zuckerberg agli esordi di Facebook, secondo Business Insider:




Il brusio che sentite in sottofondo, in questa vicenda perfettamente prevedibile, è il coro dei “ve l’avevamo detto” inascoltati di tutti questi anni.

E allora adesso che si fa? Questa è un’altra storia.


Fonti aggiuntive: BBC, The Guardian, Snopes.com.